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Il dolore non è quello che pensiamo

Il dolore non è quello che pensiamo
Cos'è davvero il dolore? Una domanda che cambia il modo di guardare al corpo, e al Rolfing®. Un abstract in Italiano dell'articolo di Tim Cacciatore, PhD, e Mari Hodges, MScMed pubblicato su European Rolfing Association

In un recente articolo pubblicato su ERA (European Rolfing Association), "What is pain?", scritto da Tim Cacciatore, PhD, e Mari Hodges, MScMed, si affronta una domanda che sembra ovvia ma non lo è: cos'è davvero il dolore?

È un tema che tocca da vicino chi pratica il Rolfing®, perché capita spesso, che in uno studio, una persona arrivi con un dolore che porta avanti da mesi, a volte da anni, e se ne vada muovendosi in modo diverso, respirando più liberamente. Cosa succede davvero in quel passaggio? Per capirlo, dobbiamo prima mettere in discussione un'idea che diamo per scontata: che il dolore sia la fotografia fedele di un danno nei tessuti.

È un'intuizione naturale, fa male, quindi qualcosa è rotto, e la soluzione è aggiustare quella parte. Ma decenni di ricerca sul dolore raccontano una storia più articolata. Il dolore non è la lettura diretta di un danno tissutale: è meglio descriverlo come un sistema di allarme, il cui compito è proteggere il corpo. Il danno può certamente contribuire, ma il legame è molto più libero e complesso di quanto sembri.

Quando dolore e danno si separano

La prova più chiara arriva da tutti quei casi in cui dolore e danno non coincidono. Pensiamo al dolore dell'arto fantasma: una persona sente male in una gamba o un braccio che non esiste più. Non è un dolore "nell'arto", che non c'è, eppure è reale, e in alcuni casi si attenua con trattamenti che agiscono sulla rappresentazione cerebrale dell'arto mancante, senza toccare il corpo.

O pensiamo alla colonna vertebrale: una protrusione discale visibile in una risonanza sembra una causa evidente di dolore, e spesso viene trattata come tale. Ma la colonna cambia con l'età, quasi sempre senza conseguenze: la maggior parte delle persone senza alcun dolore al collo presenta comunque alterazioni discali simili. Struttura e dolore, insomma, non si corrispondono in modo semplice o prevedibile.

Non serve nemmeno una lesione per osservarlo: la nostra esperienza del dolore cambia di ora in ora con l'umore, lo stress, il livello di attenzione, mentre i tessuti sottostanti restano identici.

Un sistema che dialoga con tutto il corpo

Se il dolore non è un segnale fedele che risale dai tessuti, cos'è allora?
È un processo protettivo: il sistema nervoso interpreta una gamma molto ampia di informazioni legate alla sopravvivenza e alla protezione, non solo lo stato dei tessuti. Questo non significa che si possa "pensare" di uscire dal dolore, significa che il cervello integra dati che vanno dalla struttura anatomica al contesto emotivo e comportamentale.

Nel passaggio dal dolore acuto a quello cronico, questo sistema di allarme può diventare sempre più sensibile e sempre meno legato allo stato reale dei tessuti: prende, in un certo senso, vita propria. Ed è qui che cercare a tutti i costi una struttura danneggiata da "trattare" può disorientare, distogliendo l'attenzione dai fattori che davvero alimentano il dolore.

Il ponte con il Rolfing

È esattamente in questo spazio che il lavoro Rolfing trova il suo significato più ampio. Accanto ai cambiamenti nei tessuti, nella Fascia, nei pattern muscolari, la serie delle 10 sessioni agisce anche sui processi percettivi e fisiologici più ampi coinvolti nell'esperienza del dolore. Aiutare una persona a comprendere il proprio dolore, a ritrovare fiducia nel movimento e nel proprio dialogo con la Gravità, è già di per sé parte del rimedio.

Con circa una persona su cinque che convive con dolore cronico, non è un tema di nicchia: è una delle ragioni più comuni per cui le persone si rivolgono a un Rolfer®.

 

Fonte: "What is pain?", European Rolfing Association (rolfing.org)
A cura di Tim Cacciatore, PhD e Mari Hodges, MScMed, 2026.




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